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BOTCH - Venti anni da "Romani"

  • HeavypediA
  • 1 nov 2019
  • Tempo di lettura: 8 min

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Prodotti magistralmente dal sempre indaffaratissimo e richiestissimo Matt Bayles, e pubblicato dalla Hydra Head di J.K. Broadrick (Napalm Death, Jesu, Head Of David e molto altro), i Botch sono considerati, nonostante la brevissima vita e minuscola carriera, una delle band più significative e influenti della musica estrema che il nuovo corso del post-hardcore ha ridefinito negli anni Novanta. Hanno fornito un importantissimo contribuito all’evoluzione di un certo tipo di metal in una direzione che nessuno avrebbe mai immaginato.


Il significato di Botch è raffazzonare, mettere insieme alla meno peggio. Mai nome di una band è andato in totale contrapposizione allo stile musicale proposto. Sì, perché se c’è una cosa che i Botch hanno saputo fare è “creare” un modo di suonare musica che proviene da una matrice post-hardcore dai contorni nervosi e frenetici mescolati a divagazioni strumentali ipnotiche, rilassanti ma affatto rassicuranti, come una sorta di stato di allerta nella calma apparente che, nel breve termine, esplode in violente catarsi musicali; nella band di Tacoma, vicino Seattle, stato di Washington, la tecnica non è assolutamente fine a sé stessa. Parliamo di ‘We Are The Romans’, il disco di chiusura carriera e di decennio di un genere a volte sottovalutato e liquidato velocemente come “troppo complicato” o “disordinato”. Ma prima una domanda; cosa fa di un disco un “classico”? Sono sicuro che se lo chiedessi a dieci persone otterrei altrettante differenti risposte. Ma c’è una bella differenza tra un disco definito “buono”, uno “grande” e un “classico”. Scrivere un classico vuol dire aver raggiunto lo stato di immortalità. 1° novembre 1999, ‘We Are The Romans’, esattamente venti anni fa. Era talmente avanti sui propri tempi che una volta che questi sono andati, passati, esso non viene trascinato via dal tempo ma resta avanti ancora e ancora, anche dopo vent’anni. Non sono abbastanza convincente? Meglio, così posso scriverne. Nel 1999 nessuno aveva ancora osato tanto nella musica come i Dillinger Escape Plan o i Botch, Ma se i primi si sono poi modernizzati e in qualche modo anche un po’ standardizzati nel loro essere fuori contesto e dalle righe, risultando forse un po’ monotoni e ormai copia di sé stessi, i Botch hanno rivoluzionato un concetto di fare metal con energia, potenza, originalità e freschezza, togliendosi di mezzo prima che si trasformassero in qualcosa di “commerciale”, modaiolo. Ancora oggi queste qualità restano, colpiscono e convincono e si trovano in davvero pochissimi esempi nella musica internazionale. Quando penso a cosa per me è un classico della musica estrema degli anni Novanta, scorrono nomi come ‘Goat’ dei Jesus Lizard (1991), ‘Necroticism’ (Carcass, 1991), ‘Utopia Banished’ dei Napalm Death (1992), ‘Need To Control’ dei Brutal Truth (1994), ‘Demanufacture’ dei Fear Factory (1995), ‘Phobos’ dei Voivod (1997), ‘City’ di Strapping Young Lad (1997). Questi sono dei classici, e a loro va aggiunto per onestà e giustizia, ‘We Are The Romans’, anno 1999; l’ultimo grande classico degli anni Novanta. Non è un’esagerazione di un fanatico che vorrebbe una band sconosciuta annoverata tra i grandi. Parlano i fatti, anzi la musica; anzi, meglio, parlano le infinite contaminazioni e influenze che dal 1999 in avanti si sono espanse a macchia d’olio su tutto il panorama del metal estremo del nuovo millennio. Quindi vi chiedo, i confini musicali all’epoca spessi e nettamente separati, sono stati assottigliati fino a confondersi, sconfinando di territorio? Un disco può avere qualità senza tempo quando compie un’operazione del genere? Ha contaminato l’attuale scena in modo tale per cui le eco dei suoi riverberi possano essere udibili in lavori di artisti contemporanei? Se la risposta alle domane è sì, allora si può dire che il disco è diventato un classico. E mentre ascolto ancora una volta “Saint Matthew Returns To The Womb”, o “C. Thomas Howell As The Soul Man", o ancora “Swimming The Channel Vs Driving The Chunnel”, mi rendo conto che nell’attuale scena internazionale (tutta) una band come i Botch manca terribilmente.

I suoni penetranti, striduli, urlano assordanti contro i bassi profondi, e i sali-scendi come se un aereo biposto fosse pilotato da uno schizofrenico suicida si alternano con ritmiche secche a momenti introspettivi dalle atmosfere rilassanti e sembrano un preparativo per qualcosa che sta per arrivare, di ancora più potente. O una presa per il culo perfettamente credibile. Mi piace pensare che, se fosse ancora in vita, Cliff Burton sarebbe finito a suonare in questa band, dopo un lungo processo di scarnificazione dei suoni e di evoluzione dell’immagine musicale più orientata all’hardcore. Senza nulla togliere all’eccezionale bassista Brian Cook, si capisce. Suoni laceranti, acidissimi e corrosivi trasportano melodie oblique e apparentemente per nulla orecchiabili, che però si piantano lì e non se ne vanno per mesi. Anni. Una voce assurdamente urlata da lasciare le corde vocali attaccate al microfono, eppure ancora comprensibili e in sintonia con l’ambiente in cui si esprimono, riecheggia in decine di band odierne. Ma la forma-canzone che sembra raffazzonata – sì, questo è vero ai primi ascolti – fa parte dell’approccio dei Botch, che combina e compone una complessità musicale matematica con liriche aggressive dotate di una vena poetica moderna e fuori tempo. Erano e sono ancora semplicemente inadatte ad un pubblico di massa eppure, nell’insieme, tutto è perfettamente ficcante nel modo giusto. Avete mai avuto la sensazione che ogni singola nota fosse al posto giusto nel momento giusto? Per senso di giustizia, quindi, un classico, per quanto sconosciuto. Questo è, per chi scrive, uno dei dieci dischi della vita. Tuttora immortale, avanti su tantissime cose odierne grazie alle soluzioni originali e una fantasia applicata con coerenza, capacità e onestà. Immaginate un abito fatto su misura, perfetto, che cade a pennello, bello da vedere e delicato al tatto ma su cui si notano frammenti di tessuto di varie forme e colori che si accavallano l’uno sull’altro e con evidenti cuciture a metterli assieme che creano un senso di caos all’apparenza disordinato e non studiato; ma più lo guardate e lo indossate, più vi piace e vi ci sentite a vostro agio. Ecco, questa è la sensazione che un disco come ‘We Are The Romans’ trasmette, perlomeno al sottoscritto. Un’eleganza musicale impeccabile che nel trambusto di distorsioni e ritmiche difficili da seguire spicca ancora di più. E alla fine, dopo una cosa immensa e potente come “Man The Ramparts”, esplosiva, catartica, grande come la vita, con cori e controcanti, cosa resta? Sette minuti di traccia nascosta, una strumentale elettronica a coronare uno dei dischi più geniali in cui si possa inciampare. Non post-hardcore con influenze elettroniche; proprio musica techno tipicamente anni Novanta, pura elettronica con elementi ambient e trance.

Cosa si cela dietro un disco del genere? ‘We Are The Romans’ è il nome di un disco ermetico sia musicalmente che concettualmente, soprattutto a livello lirico. Basta dare un’occhiata ai titoli delle canzoni per rendersi conto che forse solamente chi ha scritto quei pezzi sa davvero di cosa diavolo parlino. Un’occhiata più attenta e approfondita potrebbe rivelare però delle chicche e delle sorprese non di poco conto. Ovviamente il titolo fa riferimento alla situazione socio-politica americana; i nuovi Romani sono loro. Questo va inteso nel modo più ovvio: è a tutti gli effetti la nazione più potente al mondo, militarmente ed economicamente, ma è in forte declino sia sotto un aspetto puramente sociale, sia da un punto di vista politico in senso molto ampio e che va a comprendere quindi politica interna e affari esteri. La caducità dell’impero statunitense è evidente in ogni mossa politica e in ogni azzardo economico volto alla conquista monetaria del pianeta.



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Ma il concetto del titolo riferito ai Romani potrebbe anche essere stato ispirato dal fatto che molti stati degli USA, ad ogni latitudine e longitudine, hanno nel loro stendardo l’accompagnamento di un motto in latino. Qualche esempio: tanto per cominciare gli USA come insieme, hanno un motto ufficiale: “e pluribus unum”, che significa “da tanti, uno”; il North Carolina (lo Stato dei Corrosion Of Conformity) ha un motto fantastico che recita “esse quam videri”, e significa letteralmente “essere piuttosto che apparire”.



La sovrintendenza agli studi scolastici dello Stato ha fornito una spiegazione abbastanza esauriente in merito affermando che, durante l’Assemblea Generale di Stato del 1893 si decise di adottare questa frase affiancandola alla data del 20 maggio 1775 (anno di fondazione dello Stato del North Carolina) all’interno dello stendardo ufficiale. La spiegazione è semplice; al di là che sia verosimile o meno un riconoscersi in lontani discendenti di origini latine, è palese che la lingua latina ha una brevità e una capacità di esprimere concetti complessi con poche parole che neanche l’Inglese, per quanto schematico, musicale e diretto, può vantare; nella lingua anglosassone per esprimere lo stesso pensiero servono almeno sei parole, non tre! Il Kansas ha adottato un altro bel motto: “ad astra per aspera”, “verso le stelle attraverso le difficoltà”; il Missouri, “salus populi suprema lex esto”, ossia “che la saggezza del popolo sia la suprema legge”; Oklahoma, “labor vincit omnia”, “il lavoro vince su tutto”. Addirittura, lo stato del Maryland ha un motto in Italiano: “fatti maschi, parole femmine”, che letteralmente vuole suggerire di comportarsi da uomini ma con espressioni di dolcezza e delicatezza. Lo stesso Theodore Roosevelt (26° presidente) disse “parlate gentilmente e delicatamente, ma siate forti e decisi nei fatti!”. Lasciando ora da parte concetti linguisti e storia (di cui non so granché e potrei anche fare grossolani errori), si può anche supporre che il titolo dell’album ‘We Are The Romans’ faccia riferimento esplicito alla conquista del mondo, in senso non solo economico ma anche militare visto che gli USA sono impegnati militarmente in praticamente tutte le zone a rischio o dove ci sono già conflitti. Soprattutto però, si ripete, per il fatto che l’impero americano è in forte declino e la credibilità della sua politica estera è decisamente in calo, ormai danneggiata da anni di interferenze in ogni dove. Non vorrei però trarre in inganno alcun lettore interessato, il disco non è affatto è un concept album sulla situazione politica americana, i testi sono di un ermetismo lirico tale che Ungaretti non avrebbe saputo fare di meglio. “To Our Great Friends In The White North”, che potrebbe indurre a pensare di essere rivolta ai confinanti vicini di casa Canadesi, parla invece semplicemente di una persona che cambia continuamente idea, personalità, modo di agire. Ad esempio, "You're not what you seem, always different, always changing," potrebbe voler dire “non sei affatto ciò che sembri, sempre diverso, sempre in cambiamento” ossia una di quelle persone che non sono né carne né pesce, come si dice da noi. Ancora, la frase "Always on your attire, silences what you think, and now you're wearing eyeliner, where’s the first you that I knew?" può essere tradotta come “sempre con l’attenzione su di te, ma non ti fai capire chiaramente, e adesso metti l’eyeliner, dov’è il primo te che conoscevo?”; insomma una persona colpevole di troppo egocentrismo e al tempo stesso non vuole togliere dubbi sulla sua identità svelando ciò che realmente pensa; lascia che siano gli altri a giudicare ciò che in realtà sembra, portando un trucco che maschera la sua vera essenza e restando quindi sconosciuto anche ai più intimi amici. Ma sono congetture, ipotesi, nessuno della band ha mai spiegato alcunché e i Botch sono durati troppo poco tempo. Nei primi anni Duemila, la band smette di esistere e alcuni dei suoi componenti hanno dato vita a realtà di tutto rispetto e che meritano attenzione. Dave Knudson, un eccellente chitarrista, ha formato la band indie Minus The Bear; il bassista Brian Cook ha messo in piedi la band indie con influenze post-hardcore These Arms Are Snakes e il cantante Dave Verellen abusa ancora della sua voce nei Roy. Tutte e tre sono meritevoli di molto più che un ascolto.



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