ARK - Burn The Sun
- HeavypediA
- 16 ott 2019
- Tempo di lettura: 5 min
Quando si continua ad ascoltare un disco, per anni e in modo continuativo, praticamente perenne, significa sempre qualcosa. Non c’entrano solo i gusti personali, la passione per certe sonorità, l’attenzione ai testi e via dicendo. Quando non si può fare a meno di ascoltare almeno una volta ogni due-tre giorni quel determinato disco, è l’immortalità di quelle stesse canzoni a definire i motivi per cui non si riesce proprio a smettere di far girare quel capolavoro. Di questo parliamo, quando si mette su ‘Burn The Sun’ del gruppo “multinazionale” Ark (due norvegesi, due americani, uno svedese). Jørn Lande, cantante norvegese dalle straordinarie doti interpretative e una voce colossale, con una timbrica molto simile a Ronnie James Dio e Freddie Mercury, ex vocalist di Yngwie Malmsteen, inizia un progetto musicale con il chitarrista norvegese Tore Østby e il batterista americano John Macaluso; colossi della musica anch’essi, dotati di eccellenti doti e attitudine da seri professionisti. Il primo disco, omonimo, uscì quasi in sordina nel 1999 appena dopo la formazione della band, dopo che Lande si distaccò dalla precedente esperienza The Snakes, con cui si è messo in luce nella seconda metà degli anni Novanta come uno dei cantanti di maggior talento ed espressività, perlomeno a livello europeo ed estendendo la sua fama oltreoceano. Ma è nel 2002 che la band entra nel pieno delle potenzialità con l’ingresso dell’americano Randy Coven, bassista già per Steve Vai e Steve Morse, e del tastierista svedese Mats Olausson. In questa combinazione la band presenta nel 2002 ‘Burn The Sun’. Impossibile catalogare gli Ark; troppo distanti dai canoni standard heavy metal, troppo variabili e imprevedibili per essere racchiusi nel mondo “prog-metal” (decisamente restrittiva come descrizione). Non ci sono barriere stilistiche, né prevedibili parti strumentali fini a sé stesse e neanche incursioni in sentieri contorti e obliqui imboccati solo per stupire l’ascoltatore. Quello che regna sovrano qui, è il cuore pulsante di una passione viscerale per la musica a tutto tondo. L’apripista “Heal The Waters” stabilisce subito due cose: la delicatezza dei passaggi e l’aggressività dei suoni possono andare a braccetto. La ruvidezza dei riff di chitarra, strepitosi, con saliscendi di scale armoniche rapidissime, perfettamente ficcanti e in simbiosi con la setosa scorrevolezza delle linee vocali, impressionanti fin da subito, e di basso. Basso che nella successiva “Torn”, magnifica e assolutamente non convenzionale, crea delle armonie e delle atmosfere sognanti alquanto particolari, quasi bizzarre, con effetti sonori notevoli eseguiti sia dal basso che dalla voce di Lande, la cui ecletticità e versatilità lascia senza parole. Jørn mette in risalto le sue doti in modo naturale ed equilibrato, facendo spiccare una qualità che molti si sognano, e cioè la capacità di esprimere emozioni con toni freddi e glaciali o caldi e avvolgenti, a seconda delle esigenze; ripetiamolo, una ecletticità che si vede davvero poco in giro. La title-track, “Burn The Sun”, ha una connotazione più heavy metal delle due precedenti canzoni, e apparentemente in modo più semplice si staglia in maniera netta e definita rispetto alle stravaganti variazioni stilistiche che caratterizzano l’intero disco. Ma, in modo poco ortodosso e professionale, esprimiamo il nostro parere: è un pezzo della madonna, da sparare a tutto volume e di cui urlare il ritornello dalla cima di una montagna ai quattro venti! “Tryin’ to burn the sun! Flames gettin’ higher, playin’ with fire… higher… we can run! Too many power games!”. Si salta sulla sedia, in seguito, ascoltando “Just A Little”, un flamenco strepitoso e accattivante, con un ritornello semplice ed efficace, melodico, privo di ogni fronzolo e banalità scontate e un assolo iniziale in acustica che ogni chitarrista dilettante vorrebbe poter suonare a volume smodato in eterno. Si nota un primo riferimento ad una delle band che più di tutte ha influenzato questo lavoro e la nascita stessa degli Ark: Queen! Si rivela in modo velato ma perfettamente riconoscibile per gli amanti della leggendaria formazione inglese. “Just A Little” è una perla rara in uno scrigno di tesori, qual è questo disco. L’enorme espressività musicale di questa formazione dimostra una propensione anche verso sonorità più AOR, con “Waking Hour” e “Noose”, per quanto questa seconda lasci trapelare una spiccata preferenza verso la melodia più fascinosamente hard rock classica, con venature progressive nelle ritmiche, risultando forse uno dei pezzi più “semplici” nell’intera struttura. Il punto forte, il picco emotivo e musicale è segnato da una canzone che sembra scritta da delle divinità scese in Terra, piuttosto che da esseri umani con un senso incomparabile per la melodia e l’armonia; “Missing You”, un capolavoro nel capolavoro. L’intro pacato, quasi in punta di piedi di una chitarra che sinuosamente e delicatamente stende brevi passaggi melodici di note alte su un tappeto di tastiera avvolgente e delicato, introduce una prima strofa in cui un ispiratissimo Lande esprime con profonda teatralità il suo stile. Dalla seconda strofa, una linea incalzante di basso cattura l’attenzione e completa il quadro introduttivo di quella che nel giro di due minuti o poco più diventerà una vera e propria esplosione di emozioni contrastanti e altissime, con un folgorante omaggio in crescendo ancora ai Queen (l’intro di “It’s A Hard Life”, che poi riprende a piene mani l’opera lirica “I Pagliacci”). Da qui in avanti sonorità delicate ma penetranti, melodie eterne e belle sensazioni, nonostante la tristezza infinita e la malinconia delle linee vocali e del tema del testo (una toccante lettera d’amore, scritta dopo la fine di una storia intensa come la vita) portano l’ascoltatore verso una deflagrazione di ritmiche aggressive e suoni ruvidi che in finale crescono ed esprimono rabbia, disagio, sofferenza, abbandono alle emozioni più intense. Non è cosa di tutti i giorni poter ascoltare una canzone del genere. Si resta veramente colpiti. La finale “Silent Is The Rain” è un’opera a sé stante, che evidenzia tutta la potente forza evocativa della voce di Lande e un arpeggio di chitarra l’accompagna alla conclusione, in un crescendo emotivo che può essere paragonato alla liricità di opere di autori che hanno fatto la storia della musica classica. Il testo, un epitaffio, un addio al mondo senza rancori né rimpianti, un arrivederci da qualche parte, prima o poi, in qualche modo… ed è proprio nel finale che emerge una sorta di rivelazione, forse, oppure è solamente la sensazione di un sognatore ma sembra che il tema portante del disco siano i rapporti umani, trattando sull’importanza dei legami tra le persone, sulla sensibilità ed empatia che tutti dovremmo avere verso il prossimo, sul rispetto della vita e dei sentimenti, l’inutilità della guerra (ok, concetto banale forse ma mai sufficientemente espresso visto che si continua a combatterci tra esseri umani per i più futili motivi) con connotazioni filosofiche non indifferenti che emergono da squarci di pura poesia narrativa. La band si scioglie immediatamente dopo il tour di promozione dell’album, osannato ovunque, per dare la possibilità ad ogni componente di proseguire la propria carriera solista. Si riformeranno, gli Ark, più avanti restando attivi solo un paio di anni tra il 2009 e il 2011 ma nessuna uscita discografica verrà presentata al pubblico e non ci saranno mai più reunion, ognuno di loro ha ormai preso la propria strada, lasciando ai posteri uno dei dischi più belli, intensi, coinvolgenti a livello emotivo degli ultimi 20 anni nella scena metal internazionale. Una piccola nota commerciale: il disco non ha avuto delle vendite stratosferiche, per quanto sia bello e completo, ma se pensate di procurarvene una copia in qualche modo, bisogna mettere mano al portafogli e scucire belle cifre. La versione in CD si attesa attorno ai 50 euro, mentre il vinile non è ormai più in commercio da anni ma attualmente il valore si piazza tra i 200 e i 250 euro…
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